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M&A in Italia

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Guardando al mercato M&A in Italia degli ultimi 20 anni si possono individuare alcune fasi che ne hanno determinato lo sviluppo da una dimensione prettamente nazionale ad una internazionale, con una porzione crescente di imprese italiane attive quali acquirenti e non più solamente nella cessione di aziende, in linea con il processo di globalizzazione dell’economia globale.

In una prima fase – a partire circa dal 1993 fino agli anni Duemila -, con l’inizio coincidente con l’ondata di privatizzazioni (vedi Enel, ENI e Credito Italiano), si assiste ad un aumento considerevole nel numero e nel controvalore delle operazioni di M&A, soprattutto a livello borsistico.  Con l’introduzione dell’euro e delle conseguenti politiche di stabilizzazione, unite ad un calo nel tasso d’inflazione e dei tassi d’ interesse, si vengono a creare le condizioni che portano ad un crescente attivismo da parte di operatori esteri sull’ Italia. È in questo periodo che iniziano ad affacciarsi i fondi di private equity, primi fra tutti quelli inglesi e statunitensi, quali acquirenti di aziende italiane. Contemporaneamente si assiste ad un crescente interesse da parte di investitori industriali esteri nei confronti delle piccole-medie imprese italiane che da sempre hanno costituito il tessuto industriale del sistema Italia. In questo contesto si inserisce ad esempio l’acquisizione da parte della multinazionale tedesca Leonische Drahtwerke del concorrente Felisi.

Il periodo successivo, a partire dagli anni Duemila, vede il consolidamento delle attività di M&A “cross-border” (cioè di attività di acquisizione e cessione di aziende coinvolgente entità transnazionali), un fenomeno che perdura fino ai nostri giorni. L’ M&A in Italia vive poi un periodo di flessione in connessione con la recessione globale del 2008-2010. In questo periodo, oltre ad una diminuzione globale dei volumi, si assiste ad una recrudescenza delle operazioni domestiche, spesso determinate più da obiettivi di ristrutturazione che da motivazioni di crescita esterna. Con la ripresa economica, riprende l’attività di M&A soprattutto in chiave cross-border. Anche imprese medio-piccole si attivano onde conquistare tramite tali operazioni quote di mercato sia a livello domestico che internazionale. Ma sono soprattutto i fondi di private equity ad affermarsi quali operatori imprescindibili.

Guardando a tempi più recenti del M&A in Italia, si può senz’ altro notare l’influenza di quei fattori quali il ciclo economico nazionale ed internazionale, il crescente grado di integrazione delle economie internazionali, il processo di sviluppo e di maturazione dell’economia nazionale e degli operatori domestici che da sempre hanno determinato lo sviluppo dell’attività di acquisizione e di cessione di aziende.    

Così, con riferimento agli ultimi dati storici disponibili, il 2019 ha visto una contrazione dell’ attività di M&A sia in termini di volumi che in termini di valore. I fattori di macro-instabilità, quali la Brexit e le guerre commerciali USA-Cina, hanno contribuito a deprimere il mercato. A risentirne sono stati soprattutto i “mega-deals” (quelli con controvalore eccedente il miliardo di EUR).  Solo quattro transazioni (Inwit-Vodafone, l’acquisizione di una partecipazione di ENI in una raffineria in Abu Dhabi, Sias-ASTM e Ferrero-snack e biscotti di Kellogg) hanno superato questa soglia. D’ altro canto, sia le imprese medio-piccole italiane (sul fronte della cessione ma anche nell’ acquisizione di aziende) che, e soprattutto i fondi di private equity, sono rimasti attivi attori nelle operazioni di M&A in Italia ed all’estero. In particolare, i settori industriali e di beni di consumo, tradizionalmente un punto di forza dell’imprenditoria italiana, congiuntamente ai comparti TMT (Tecnologia-Media-Telecomunicazioni) ed infrastrutturale hanno mostrato forti segnali di resilienza. 

I fondi di private equity meritano una menzione a parte. Forti di una raccolta di fondi significativa, i fondi – sia italiani che esteri – hanno consolidato la loro posizione quali attori imprescindibili nell’ attività di M&A in Italia. Basti ricordare l’acquisizione da parte di Recordati da parte di CVC per EUR 3 mld. o di Italo da parte di Global Infrastructure Partners per EUR 2 mld. Ma non sono soltanto i “mega-deals” ad attivare i fondi nel M&A in Italia. Secondo uno studio dell’Università Bocconi, ca. un quarto delle aziende italiane fondate nel dopoguerra hanno proprietari (il più delle volte anche manager) con un’anzianità superiore ai 70 anni, il 50% hanno oltre 60 anni. È da questo serbatoio che attingerà il mercato M&A in Italia nei prossimi anni.

Quali sono le aspettative per il 2020? L’ attuale stato di crisi ha messo un freno all’ attività di M&A in Italia in attesa della verifica delle ripercussioni sia a livello nazionale che internazionale. È prevedibile che alcuni settori, primo fra i quali quello dei beni di consumo, maggiormente esposti alle ripercussioni economiche derivanti dalla crisi subiranno un rallentamento. È altresì vero che le valutazioni in diminuzione nonché le opportunità di acquisizione di aziende cadute in difficoltà apriranno opportunità a compratori liquidi (vedesi fondi di private equity). Fermo resta che l’appetito per il Made in Italy rimane intatto e che l’M&A è ormai considerato come una variabile strategica per ottimizzare la competitività e quindi per accelerare/assicurare processi di crescita e di internazionalizzazione.

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